Fase 2. Torniamo ai passatempi o ricerchiamo intimità in sicurezza?

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“Alla ricerca del tempo perduto” 2014
Matita su Carta di Roberta Maola

Siamo entrati nell’agognata e temuta Fase 2. Ovvio che la ripartenza delle attività produttive e sociali è fondamentale per evitare il crollo del sistema economico e il collasso psicologico e sociale. Tuttavia, deve essere ben chiaro a tutti che una nuova ondata di contagi avrebbe ripercussioni drammatiche innanzitutto a livello sanitario e in secondo luogo per le conseguenze di un nuovo prolungato lockdown.

Cosa fare dunque? Gli elementi individuati da chi dall’alto sta gestendo l’emergenza

(Governo, Protezione Civile, ISS, ecc.) sono: Dispositivi di Protezione Individuale, App Immuni, tamponi e test sierologici. Ok. Posto che il Governo riesca a dotarci di questi strumenti in tempo utile, le domande fondamentali sono due: questi strumenti sono davvero efficaci? E soprattutto: ognuno di noi avrà la volontà e la capacità di usarli al meglio?

E forse è questa la domanda che ci dovremmo porre tutti più seriamente e che ci riguarda più da vicino, in un’ottica che vede la nostra libertà come direttamente proporzionale al nostro senso di responsabilità. Perché al di là dei dubbi sull’efficacia dell’App Immuni e dei test sierologici, della disponibilità di mascherine in numero sufficiente o di accesso tempestivo ai tamponi, il più grande errore che le istituzioni e le persone possono fare è quello di pensare che la gestione dell’emergenza sanitaria sia un processo che possa passare sopra la testa di ogni singolo individuo, che possa, cioè, essere gestito solo tramite algoritmi, obblighi e ammortizzatori sociali, prescindendo dal contributo soggettivo di ognuno.

Nei prossimi mesi ci attende la sfida di riuscire ad integrare nella vita quotidiana, in maniera perdurante e costante, tutte le prassi di prevenzione del contagio. Anche in Fase 2 gli spostamenti e gli incontri con le altre persone dovranno continuare ad essere ridotti a quelli veramente importanti e dovranno essere condotti con la massima attenzione nell’usare i dispositivi di protezione individuale, nell’applicare le norme igieniche e nel rispettare il distanziamento. Per quanto odiose queste prassi possano essere, sono l’unico modo per evitare il perpetuarsi dei contagi visto che questo virus ha la subdola caratteristica di farsi ospitare senza produrre sintomi (o producendone aspecifici) nella stragrande maggioranza di casi.

Ognuno dovrebbe, pertanto, comportarsi come se fosse portatore di contagio e come se, anche il più stretto familiare, possa potenzialmente essere ospite del virus. Questa affermazione può sembrare esagerata. D’altro canto se si rispolverano e capitalizzano gli insegnamenti derivanti dalle campagne contro la diffusione dell’HIV, ci si rende conto come entrambi i virus debbano la loro “fortuna” a credenze erronee, come quella di pensare che colpiscono solo alcune categorie di persone, e a resistenze a mutare le abitudini nel modo di relazionarsi. Era il 1995 quando a noi studenti della Facoltà di Psicologia ci spiegavano come il preservativo fosse, a torto, considerato un elemento di separazione fra partner, mentre in realtà il suo utilizzo è un gesto d’amore che rinsalda il legame di coppia nell’assunzione di reciproca responsabilità per la salute dell’altro.

Oggi come allora siamo chiamati a frenare l’impulsività e a restituire intenzionalità alle nostre rel-azioni. Pensiamo che il distanziamento sociale ci ha privato del piacere di stare con gli altri, ma se vogliamo essere davvero onesti con noi stessi, il distanziamento sociale ci ha privato, il più delle volte, di “passatempi”, “rituali” e “giochi relazionali” ovvero di attività stereotipate, svuotate di significato e sentimento che spesso ci lasciavano insoddisfatti, se non addirittura ci facevano stare male.

Al contrario, la ricerca dell’intimità può avvenire anche senza contatto fisico e persino senza parole. Avviene quando ciò che diciamo è sincero, sentito e muove emozioni positive. Intimità è divertimento, incoraggiamento, vicinanza nell’ascolto. Quante volte riempiamo di parole i silenzi?  Eppure essi sono lo spazio psicologico di cui l’altro necessita per maturare pensieri ed emozioni, il tempo che diamo a noi stessi per osservarne il viso, la gestualità, la postura.

Ricercare l’intimità ai tempi del coronavirus significa cogliere il sorriso negli occhi laddove la bocca è coperta dalla mascherina, percepire la forza e il movimento di una stretta di mani coperte dai guanti. Significa, in ultima analisi, valorizzare ciò che nella quarantena rimane, piuttosto che rimpiangere ciò che si è perso.

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Mi presento…

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…qualche nota biografica

Mi chiamo Lelio Bizzarri, originario di Rieti, ho 46 anni. Dal ’97 vivo a Roma che ormai è diventata la mia città di adozione. E’ stato qui infatti che ho vissuto la parte più intensa della mia vita trovandovi l’amore e la compagna di una vita, ho conosciuto tante persone che stimo e ammiro, ho svolto attività politica, studiato e avviato la mia attività di psicologo e psicoterapeuta (Certificato di iscrizione – Area Riservata).

…e ora un po’ di teoria

Un lavoro che mi appassiona e che cerco di condurre con la massima professionalità ed affidabilità deontologica (Clicca qui per vedere il certificato di buona condotta). Dopo la formazione accademica svolta presso la facoltà di Psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, ho proseguito gli studi presso la Scuola Superiore Europea di Counseling Professionale e presso la Scuola di specializzazione quadriennale in Psicologia clinica di comuFoto di gruppo scuola aspicnità e Psicoterapia umanistica integrata – ASPIC. Fondato in origine sui principi ispiratori della filosofia umanistica e sui contributi teorico-metodologici di Rogers e Pearls, quali l’empatia, la consapevolezza emotiva, l’intenzionalità e la responsabilità dell’agire umano, nonché sulla centralità delle emozioni e della qualità della relazione terapeutica, l’approccio dell’ASPIC si è andato sviluppando in una visione pluralistica capace di integrare fra loro i contributi dei diversi orientamenti teorici per come essi si sono evoluti negli ultimi decenni anche grazie a studi empirici che ne hanno comprovato la validità scientifica.

Coerentemente con queste premesse la mia metodologia si fonda sulla costruzione di una relazione empatica basata sulla fiducia, la quale favorisca una comprensione profonda nel mondo interiore della persona che si rivolge a me. L’instaurazione di una relazione terapeutica solida e fluida, così come la valutazione dello stile di personalità e della storia del cliente, sono le premesse per la pianificazione di un percorso terapeutico personalizzato in cui i principi teorici e le tecniche vengono messe al servizio del benessere e del cambiamento verso gli obiettivi scelti dal cliente e concertati con il terapeuta.

Anche se molto spesso le difficoltà quotidiane hanno reso il percorso tutt’altro che lineare, posso dire che, negli ormai dieci anni di attività di consulenza psicologica e terapia, ho avuto modo di conoscere tante persone che con fatica emotiva, impegno e dedizione hanno trovato il coraggio di diventare consapevoli della loro condizione esistenziale e di sperimentare nuovi modi di stare al mondo, concedendosi così la chance di vivere una vita più felice e fedele ai propri desideri ed obiettivi di vita.

La bellezza del lavoro che svolgo sta proprio nel poter condividere una parte così intensa del percorso di vita di ogni persona.

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