Relazione insegnanti-genitori in bambini affetti da Disturbo da deficit di Attenzione e Iperattività.

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Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività è definito nel Manuale Diagnostico Statistico (DSM– IV) come “una modalità di disattenzione e/o di iperattività-impulsività che è più frequente e più grave di quanto si osserva tipicamente in soggetti ad un livello di sviluppo paragonabile”.

Come tale esso va considerato evitando però:

  • da una parte di stigmatizzare il comportamento del bambino come deviante attribuendo ad esso giudizi di valore;
  • dall’altra di etichettare il bambino come malato e di assumere un atteggiamento terapeutico mirato esclusivamente al trattamento dei sintomi e alla normalizzazione del comportamento del bambino.

La cura del bambino con Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività è un processo complesso all’interno del quale il bambino stesso, i genitori, il corpo docente e gli alunni hanno tutti un ruolo cruciale. Il ricorso a soluzioni d’emergenza, quali il trattamento farmacologico, rischiano di esasperare il problema o di produrre danni sul bambino a carattere iatrogeno.
Obiettivo del seminario di oggi è quello di descrivere l’importanza della partecipazione alla cura del bambino con Disturbo di Attenzione/Iperattività nel ruolo di interfaccia con la famiglia e di illustrare tecniche di comunicazione e di interazione all’interno della relazione di sostegno e di aiuto ai genitori che affrontano il delicato problema del figlio o della figlia.

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Si può essere felici pur avendo una disabilità? Quali sono gli ingredienti necessari per raggiungere una buona qualità della vita? Queste le domande a cui fondamentalmente risponde questo libro che esplora il complesso intreccio tra fattori biologici, psicologici e socio-culturali che determinano il benessere psicologico e l’auto-realizzazione. Obiettivo? Fornire spunti, a professionisti e non addetti ai lavori, per identificare le diverse prospettive e pianificare interventi che affrontino le problematiche a diversi livelli, valorizzando sempre l’unicità e il ruolo soggettivo della persona con disabilità, regista essa stessa dei supporti per l’inclusione sociale, piuttosto che oggetto passivo di atteggiamenti pregiudizievoli e assistenzialisti.

In copertina: “Le chiavi di casa” di Roberta Maola.

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Video delle presentazioni, recensioni e commenti

Recensione su Superabile INAIL –  n. 2 febbraio 2019 di A. P. 

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Video presentazione del 6 marzo 2019 presso l’Ordine degli Psicologi del Lazio

Video presentazione del 6 febbraio 2019 presso la Biblioteca Tullio De Mauro


“Una visione diversa della disabilità: questo libro analizza psicologicamente le diverse criticità legate alla condizioni della disabilità con realismo e concretezza offrendo al contempo degli spunti di riflessione che permettono di trovare degli agganci di “resilienza”.
Consigliato sia a chi vive e/o conosce la situazione di disabilità che a chi è semplicemente incuriosito da una visione realistica e concreta.”

“Un libro necessario, consigliato a chiunque viva, lavori o semplicemente voglia approcciarsi alla realtà della disabilità motorio-sensoriale. Testo completo e rigoroso, ma nel contempo scorrevole, appassionante e toccante.
Mi resta la sensazione di un annullamento delle distanze, perché sia che siamo persone normodotate o con disabilità, vogliamo infine le medesime cose: autodeterminazione, rispetto, relazioni significative e gratificanti.
Bellissimo testo.” E. M.

Sessualità e disabilità: intervista a Lelio Bizzarri

Di seguito ri-pubblico una mia intervista del 2010 a cura della dr.ssa LOBEFARO MANUELA… temi sempre attuali. 


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Kelly Perks-Bevington ha un problema al midollo spinale che l’ha bloccata sulla sedia a rotelle quando aveva 11 anni ma sei mesi fa si è sposata con il suo fidanzato Jaz e, dice, “solo il giorno del nostro matrimonio l’abbiamo fatto 3 o 4 volte”. Kelly dice che i pregiudizi della gente riguardo ai disabili possono essere davvero imbarazzanti: “Dopo le nozze ordinai un cocktail dalla camera dell’hotel e il cameriere portò il conto a mio fratello pensando che fosse lui mio marito, semplicemente perché anche lui era in carrozzina!”

Per conoscerla meglio, Dott. Bizzarri di cosa si occupa? Sono uno psicologo e mi occupo di consulenze psicologiche mirate alla prevenzione del disagio e alla promozione della qualità della vita. I miei interventi sono spesso rivolti a persone che in prima persona vivono la condizione di disabilità oppure che per motivi di legami familiari o per lavoro hanno a che fare con la disabilità. Ho promosso e condotto corsi di formazione e sensibilizzazione rivolti a questa particolare popolazione in particolare sulla tematica della sessualità e dello sviluppo del senso di autonomia ed autodeterminazione delle persone con disabilità. Sono stato anche Consigliere dell’Ordine degli Psicologi durante il mandato 2009-2013 e per questo mi sono anche occupato dell’organizzazione di campagne di sensibilizzazione della cittadinanza a prendersi cura del loro benessere psicologico.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di corsi di formazione nell’ambito dell’affettività, dei sentimenti e dell’educazione sessuale nelle persone con disabilità? Uno degli aspetti che mi ha stimolato è sicuramente il fatto che fosse un tema poco esplorato ed approfondito. Avevo letto qualche libro in proposito e tutti mi sembravano un po’ a senso unico, sottolineando esclusivamente gli aspetti negativi della questione: i rifiuti, le delusioni, i rischi legati all’abuso e alle gravidanze indesiderate, le problematiche relative al controllo degli impulsi, ecc. Essendo io oltre un addetto ai lavori, anche una persona che viveva questa dimensione sulla propria pelle, avevo un punto di vista privilegiato per essere consapevole del fatto che il binomio sessualità e disabilità non è solo sofferenza, ma anche gioia profonda. Avevo sperimentato nel mio sviluppo personale come la sessualità per una persona disabile in particolare può essere un grande ponte per accedere al mondo cosiddetto della “normalità” e mi stimolava l’idea di condividere questa esperienza e verificare la sua generalizzabilità anche ad altre persone e ad altre forme di disabilità.

Durante le esposizioni sulle tematiche della sessualità nella disabilità, ha mai provato una sensazione di disagio, considerando il silenzio che avvolge questa tematica? No devo dire che non ho mai provato disagio anche perché comunque ho affrontato la tematica più da tecnico che esponendo le mie esperienze personali. Esse sono state per me un punto di riferimento e di confronto con le aspettative e le esperienze altrui, ma mai oggetto di discussione dei miei interventi anche perché le esperienze in sé e per sé non hanno un valore per l’altro che ha un vissuto differente, possono essere prese come pietra di paragone, ma non ritenute un qualcosa che può essere riproposto tale e quale nella vita altrui. Ho sempre riscontrato molto interesse da parte di operatori, familiari e persone con disabilità che sentivano proprio il bisogno di parlare di questa tematica proprio in virtù del fatto che non esistevano spazi alternativi per condividere. In alcuni casi c’erano richieste di aiuto vere e proprie rispetto a situazioni più problematiche legate al comportamento sessuale di ragazzi con grave ritardo mentale o autismo. Il fatto di aver approcciato il tema con serenità e con un atteggiamento possibilista e legittimante comunicava molta speranza ed era già in parte funzionale ad un livello superiore di benessere perché attenuava l’ansia e dava il permesso di vivere questa dimensione della vita.

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“Si può essere donna anche se non perfetta. Questa idea può fare spazio a diverse argomentazioni: far pensare che un corpo femminile in reggiseno non è un oggetto, far riflettere sul problema del bullismo verso chi è perepito come dverso, ma anche su quello dei disturbi alimentari vissuti da chi non si accetta per come è. Occorre capire quello che vuole nascere dietro a questo progetto.” Tratto dall’intervista di Superabile Inail Maggio 2016 a Valentina Tomirotti – Impiegata nei servizi sociali del Comune di Porto Mantovano laureata in Scienze della comunicazione specializzazione in giornalismo. Blogger: pepitosablog.com.

Il tabù intorno al tema della sessualità nella disabilità è un ostacolo che, secondo lei, parte principalmente dalla società o dalla famiglia?Beh diciamo che per la Società è più facile accettare che le persone con disabilità si vivano la propria sessualità, in quanto di solito tutte le difficoltà implicate se ne fa carico la famiglia laddove la persona disabile stessa non riesce a gestire le situazioni. Certo che se invece poi parliamo di come le istituzioni si impegnano con programmi di sostegno pratico e psicologico alle persone disabili che contribuiscano a creare le condizioni propedeutiche al vivere la sessualità in maniera soddisfacente, è evidente che la crisi dei servizi sociali che stiamo attraversando sia un impedimento molto più marcato di quello che fanno le famiglie. Per fare un esempio è evidente che per un ragazzo disabile sia molto difficile vivere la propria sessualità se non ha i mezzi e le possibilità per uscire, fare amicizie, conoscere altre ragazze ed eventualmente allacciare relazioni sentimentali. Il riconoscimento della Società intesa come istituzioni e servizi è solo formale dato che non c’è poi quel sostegno che sarebbe opportuno desse alle persone disabili e viene delegato tutto al singolo o alla famiglia. Se ci fossero più servizi e le cose fossero meno difficili, anche le famiglie sarebbe più tranquille nel lasciare spazio e autonomia ai figli/fratelli. In sintesi, agevolare l’emancipazione dalla famiglia delle persone disabili comporta automaticamente la possibilità da parte di tutti di vivere la sessualità più serenamente.

Durante le formazioni dirette a genitori, educatori o diretti interessati, quali sono gli ostacoli maggiormente riscontrati? Un problema strutturale è legato alla continuità dei progetti che purtroppo anche qui è inficiata dalla difficoltà di reperire risorse economiche. Rispetto al lavoro in sé e per sé la parte più difficile è quella di modificare gli atteggiamenti di base che sottostanno ai copioni comportamentali. Il lavoro di espressione e condivisione delle emozioni dà molte soddisfazioni e benefici, ma purtroppo quando si cerca di fare un lavoro un po’ più profondo si è già arrivati al termine del percorso. La parte psicoeducativa dell’intervento può dare solo frutti parziali in quanto molto spesso è necessario intervenire sugli stili di attaccamento e su complessi emotivi molto resistenti e questo necessita molto tempo in quanto non è sufficiente comunicare quali sono le cose più giuste da fare per far in modo che esse vengano fatte.

coppia-disabiliDopo le formazioni dirette a genitori, educatori o diretti interessati ha avuto dei riscontri positivi, come ad esempio più tranquillità nell’affrontare la tematica dell’amore? Sì come ho detto prima, la condivisione dà molti risultati positivi in particolare il confronto fra persone con disabilità consente di acquisire fiducia e un senso di legittimazione che porta ad uscire dal guscio. Ovvio che poi nel relazionarsi con le persone da un punto di vista erotico-sentimentale ci si può imbattere in delusioni e contrattempi, ma il fatto di avere uno spazio di condivisione aiuta molto. A volte questo tipo di setting può agevolare l’accettazione di avere relazioni e flirt con persone che condividono la condizione di disabilità a volte del tutto rifiutata, soprattutto dai giovani. Con ciò non voglio dire che una persona disabile dovrebbe farsi piacere per forza un’altra persona disabile, ma neanche escluderla a priori. Tante relazioni e storie d’amore che danno molte soddisfazioni, si allacciano tra persone entrambe disabili.

In molti paesi europei è ormai presente, da circa dieci anni, la figura professionale “dell’assistente sessuale”, in Italia invece no. Qual è il suo parere in merito a questa figura? Saranno strutturati servizi di assistenza/educazione sessuale secondo lei? Devo dire che visto il momento economico degli enti locali e delle istituzioni statali mi sembra molto improbabile che venga istituito e finanziato un servizio di assistenza sessuale laddove non si riesce a garantire l’assistenza di base. Oltre a queste difficoltà pratiche di origine economica, credo che si dovrebbe delineare meglio la funzione dell’assistenza sessuale. Dovrebbe servire ad aiutare una persona con difficoltà motoria a fare sesso con un’altra persona o a praticare l’autoerotismo? Dovrebbe soddisfare direttamente i desideri sessuali della persona disabile? Dovrebbe insegnare come si fa l’amore a persone che hanno handicap intellettivi? Da quanto ho appreso nei colloqui con familiari di persone con handicap mentale, mi sembra che la fantasia sia proprio quella che
venga istituita una figura professionale che surroghi la funzione di un partner: una sorta di prostituzione istituzionalizzata prodromica magari all’abolizione della legge Merlin. Questa assistenza-sessualeipotesi a mio avviso, è una risposta ad una concettualizzazione meccanicistica della sessualità secondo la quale l’eccitazione sessuale ha un’origine biologica e il suo esito naturale sarebbe lo sfogo fisico in sé e per sé. Eppure se si presta attenzione alla realtà e ci si confronta con i racconti delle esperienze sessuali dei ragazzi con disabilità si rileva che le esperienze sessuali fatte con persone estranee sono poco soddisfacenti, a volte traumatiche e comunque non soddisfano il desiderio più complesso di avere una relazione e sperimentare l’innamoramento. In sintesi la mia opinione è che questa opzione non può essere applicata a tutti i disabili eventualmente utilizzata nei casi limite di ragazzi con grave ritardo mentale e forti problematiche relative al controllo degli impulsi sessuali. E comunque la funzione non dovrebbe essere quella di fare sesso con queste persone, ma aiutarle a conoscere il loro corpo e a tramutare in comportamenti funzionali i propri impulsi sessuali ad esempio insegnando la pratica dell’autoerotismo e le limitazioni del vivere sociale. Legittimare il ricorso ad un’assistente sessuale per tutti i disabili rischia di diffondere un pesante stigma sociale secondo il quale i disabili non possono sedurre e/o far innamorare nessuno e per garantire loro l’espressione della propria sessualità occorre istituire una figura professionale che per lavoro e non per sentimento fa sesso con questi.

Come potremmo intervenire nel contesto sociale per migliorare il rapporto con la sessualità nel disabile? L’intervento deve essere a più livelli: psicologico, sociale, economico, culturale, ecc. Per quanto attiene al lavoro specifico della psicologia è necessario innanzitutto aiutare da una parte i ragazzi disabili a consapevolizzare o rinforzare la propria legittimazione ad essere al mondo. Avere il diritto ad essere al mondo significa anche sentire di poter dare molto alle altre persone: l’amore e il piacere sessuale sono forse le forme più alte di contributo che si può dare agli altri. Per fare ciò è necessario ripercorre i primi anni di vita e il trauma che la coppia genitoriale ha vissuto nel momento della diagnosi della patologia del nascituro. Questi aspetti hanno inevitabilmente delle ricadute nella cura del bambino e sul suo stile di attaccamento che come è noto influenza in età adulta le relazioni intime.

Per concludere, la sessualità è caratterizzata da molteplici sfaccettature, cosa pensa lei del diritto alla sessualità nella dimensione disabile? Che un diritto inalienabile di ogni persona e che trovo anche indicativo che esso debba essere ribadito per quanto riguarda le persone disabili. Allo stesso tempo la sessualità è in stretto contatto con l’amore e questo non può essere indotto attraverso alcuna tecnica né decretato per legge. I tecnici e i politici possono darsi da fare per creare le condizioni necessarie affinché le persone disabili possano vivere la propria sessualità, ma nessuno ha il potere di far innamorare qualcuno come cupido. Discorso diverso è la legittimazione a vivere la sessualità e ad esprimerla, questa è una battaglia che ogni persona disabile, ogni familiare e ogni operatore dovrebbe sposare, perché negare il diritto ad esprimere la propria sessualità è, a mio avviso, equiparabile alla negazione della natura umana. Non esiste essere umano che non provi sentimenti e desideri sessuali.


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Sono Manuela Lobefaro, nata a Bari il 29/05/1986. Nel 2013 ho conseguito la Laurea Specialistica in Scienze della Formazione indirizzo “Educatore e Coordinatore dei Servizi Educativi e dei Servizi Sociali” con voto 110/110 tesi: “IL DIRITTO ALLA SESSUALITA’. PROSPETTIVE E PROPOSTE EDUCATIVE NELLA DIMENSIONE DISABILE” argomento spesso rimosso e affrontato con disagio, in una società che carica di stereotipi, considera i protagonisti come asessuati ed eterni bambini, sottovalutando ed annullando la sfera sentimentale ed affettiva, tanto presente quanto  importante per lo sviluppo e il benessere del singolo. Sono cresciuta con due fratelli, di cui uno affetto da Sindrome di Down, si chiama Dario e probabilmente grazie a lui è nato in me l’amore e il rispetto verso ogni disabilità. Nel corso degli anni tirocini, volontariato presso associazioni ed esperienze scolastiche di assistenza scolastica specialistica  come educatore  mi hanno continuato a far crescere. La tesi della Laurea triennale in Scienze dell’educazione e della formazione “Educatore nei Servizi socio culturali e interculturali” tratta un argomento altrettanto delicato relativo agli abusi e alle violenze verso i soggetti diversamente abili.

CLICCA QUI per scaricare il curriculum della dr.ssa Lobefaro

Arte e identità: in ogni opera c’è un po’ di me.

Invito lungoNell’ambito della mostra “Nessuno sogna di ciò che non lo riguarda” disegni di Roberta Maola, in svolgimento presso il “POLMONE PULSANTE” Centro Promozionale delle Arti e della Ricerca, Salita del Grillo, 21, Roma dal 15 al 22 Aprile 2016 dalle 17,00 alle 19,00

DOMENICA 17 APRILE ALLE ORE 18,00

avrà luogo il workshop interattivo “Arte e identità: in ogni opera c’è un po’ di me”. Seminario teorico esperienziale sulla relazione creativa che si instaura, attraverso l’opera d’arte, tra artista  e spettatore.

Agevola Lelio Bizzarri Psicologo-Psicoterapeuta. In sala anche l’artista. Ingresso libero per i soci del “Polmone Pulsante”. Per informazioni: http://www.polmonepulsante.itinfo@polmonepulsante.it – 066798218 – 3356334388.

 

ABSTRACT

Alois Riegl sosteneva che lo spettatore contribuisse a creare l’opera tanto quanto l’artista. Ciò avviene in due modi: 1. lo spettatore consente all’opera bidimensionale di acquisire caratteristiche tridimensionali: l’artista dipinge su una tela bidimensionale un paesaggio che il pubblico vede come dotato di profondità; 2. l’osservatore attribuisce all’opera un significato personale. Si può dire pertanto che essa è incompleta senza il coinvolgimento di quest’ultimo. Partendo da queste importanti intuizioni di Riegl, Ernst Kris e Ernst Gombrich proposero un approccio alla storia dell’arte inedito come disciplina scientifica che applicasse gli strumenti della psicologia e della sociologia allo studio delle opere d’arte. L’innovazione rispetto ai lavori che Freud aveva già effettuato a cavallo tra il XIX e il XX secolo è che, mentre quest’ultimo si era limitato a tracciare dei profili psicobiografici degli artisti, Kris e Gombrich proposero un’analisi empirica dei processi percettivi in atto nella creazione dell’opera e nella sua fruizione.
L’immagine artistica è intrinsecamente ambigua e il contributo dello spettatore è direttamente proporzionale a questa ambiguità attraverso la quale l’artista esprime il suo conflitto e la sua complessità. A tal riguardo William Empson sosteneva che chi osserva sceglie, consapevolmente o meno, se osservare l’opera cogliendone l’aspetto estetico o quello inerente la conflittualità dell’artista.
I lavorTYP-388875-3265090-messerschmidt_gi di Franz Xaver Messerschmidt sono considerati un punto di riferimento fondamentale per chi intende studiare l’arte da un punto di vista psicologico e per chi vede in essa uno strumento di espressione delle emozioni, del disagio e della follia. Le sue sculture di stagno e piombo, con le quali rappresentava le proprie espressioni facciali più caricaturali, sono il frutto della riconciliazione di Messerschmidt con la sua follia dopo anni durante i quali, per sostenere la reputazione che il ruolo di docente universitario richiedeva, si era trovato a dover in tutti i modi cercare di contenerla e mascherarla (peraltro dovendo alla fine capitolare). Una volta destituito e tornato al suo paese di origine egli poté dedicarsi alla sua arte, lasciando libero sfogo alle sue emozioni fino a trarre piacere dalla rappresentazione nelle sue statue. Esse sono l’esempio più evidente di come attraverso l’arte le emozioni e i propri conflitti possano essere espressi e rappresentati, ma anche di come l’opera d’arte possa rappresentare un ponte di comunicazione con lo spettatore, il quale può riconoscere ancora oggi, a distanza di più di un secolo, gli universali delle emozioni e i propri momenti di follia. Così ha scritto Donald Kuspit, nella sua retrospettiva del 2010 “Una piccola follia porta a un lungo cammino creativo” pubblicata sulla rivista Artnet: “La sua [di Messerschmidt] follia si è rivelata stranamente liberatoria. Lasciando la cosmopolita Vienna per la sua città natale di provincia ha iniziato a produrre un’arte che era fedele al suo Sé, un’arte folle come lui […] Scolpendo il proprio volto folle […] è diventato “Vero Sé”. I suoi demoni erano ormai le sue muse e nel ritrarli raggiunse la massima creatività. Doveva ritrarli, perché non scomparivano mai dal suo specchio […] Messerschmidt traeva piacere dalla sua follia, il piacere che aveva negato a se stesso durante la sua sofferta ascesa ai vertici sociali dell’arte”. Il lavoro di Messerschmidt, di Caracci nelle caricature e di Bernini, il quale rappresentava i volti delle persone non come sono esattamente nella realtà ma distorcendo ed enfatizzando le immagini che egli ne rievocava nella memoria, sono la rappresentazione ante litteram dell’intuizione, solo nel XX secolo sistematizzata dal punto di vista teorico dalla Psicologia della Gestalt, secondo la quale la rappresentazione della realtà, così come la sua percezione, non è oggettiva, bensì ha sempre un carattere costruttivista ed interazionista: è una creazione tanto dell’artista, quanto dello spettatore.

Gombrich propose così un approccio allo studio delle opere d’arte che sfruttava i contributi della Psicanalisi, della Psicologia della Gestalt e del metodo empirico basato sulla formulazione e la verifica delle ipotesi di Karl Popper e Hermann von Helmhotz, rispettivamente filosofo della scienza e neurofisiologo.

Sintetizzando questi contributi Gombrich propose un modello inedito di interpretazione delle opere d’arte in cui esse risultavano in ultima analisi essere la risultante dell’interazione tra la creatività dell’artista e l’attitudine interpretativa dell’osservatore. La percezione, secondo Gombrich, è inevitabilmente interpretativa e consta di due processi:

  • Bottom-up: l’osservatore percepisce i singoli elementi di un’immagine essendo naturalmente, fisiologicamente attrezzato  per organizzarli in un tutto dotato di senso; questa organizzazione è dettata da regole universali, comuni a tutti gli esseri umani e che si sviluppano nei primi anni di età al pari di quanto avviene con il linguaggio;
  • Top-down; l’osservatore sulla base delle proprie esperienze, della propria cultura e delle emozioni che vive nel momento in cui si trova di fronte all’opera, formula delle ipotesi; dette ipotesi devono essere sottoposte ad un severo processo di falsificazione attraverso un nuovo esame delle caratteristiche dell’immagine (metodo empirico).

Per Gombrich il celebre disegno dell’anatra-coniglio dello  psicologo statunitense Joseph Jastrow, così come il Vaso di Rubin, dimostra come la percezione sia sempre interpretazione: osservando per qualche secondo queste immagini è possibile constatare, come pur rimanendo tali e quali, in esse è possibile vedere dapprima due volti e dopo qualche secondo un vaso (o vicevera), prima un coniglio o poi un’anatra (o viceversa): i dati sono sempre gli stessi è l’interpretazione che ne fa il nostro cervello che è totalmente differente a distanza di pochi secondi.

 

Questi disegni semplici, quanto geniali, dimostrano come la percezione non è oggettiva, ma fa sempre riferimento a categorie (vaso, volto, coniglio, anatra) che fanno parte della nostra esperienza e che ci portiamo dietro attraverso la memoria. Corallari di questi esperimenti sono anche il fatto che non esiste un occhio innocente e che la percezione è sempre categoriale e discreta cioè non si possono vedere contemporaneamente sia i volti che il vaso o sia il coniglio sia l’anatra.

Se la psicologia è stata in grado di codificare queste regole della percezione, occorre dare atto agli artisti che attraverso le loro opere hanno saputo svelare i processi che ne sono alla base, intuendone le leggi e giocando a sovvertirle.

Le opere d’arte hanno anche avuto il ruolo di comunicare a livello conscio o inconscio miti universali (interpretazione iconografica) o aspetti culturali delle diverse epoche storiche (interpretazione iconologica). Hanno avuto anche un ruolo nella ricerca degli elementi primitivi delle emozioni attraverso opere quali quelle di Vincent Van Gogh, di Edvard Munch, di Gustav Klimt, Oskar Kokoschka ed Egon Schiele.

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La decostruzione della forma e l’amplificazione dello stato emotivo del modello, sono gli strumenti che questi autori utilizzarono per indurre un’immedesimazione e una risposta empatica nello spettatore sulla base della gamma universale delle emozioni e dei riferimenti/ricorsi storici.

Riferimenti Bibliografici

Kandel E. R., “L’età dell’inconscio”, Raffaello Cortina, Milano, 2012

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Mi presento…

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…qualche nota biografica

Mi chiamo Lelio Bizzarri, originario di Rieti, ho 46 anni. Dal ’97 vivo a Roma che ormai è diventata la mia città di adozione. E’ stato qui infatti che ho vissuto la parte più intensa della mia vita trovandovi l’amore e la compagna di una vita, ho conosciuto tante persone che stimo e ammiro, ho svolto attività politica, studiato e avviato la mia attività di psicologo e psicoterapeuta (Certificato di iscrizione – Area Riservata).

…e ora un po’ di teoria

Un lavoro che mi appassiona e che cerco di condurre con la massima professionalità ed affidabilità deontologica (Clicca qui per vedere il certificato di buona condotta). Dopo la formazione accademica svolta presso la facoltà di Psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, ho proseguito gli studi presso la Scuola Superiore Europea di Counseling Professionale e presso la Scuola di specializzazione quadriennale in Psicologia clinica di comuFoto di gruppo scuola aspicnità e Psicoterapia umanistica integrata – ASPIC. Fondato in origine sui principi ispiratori della filosofia umanistica e sui contributi teorico-metodologici di Rogers e Pearls, quali l’empatia, la consapevolezza emotiva, l’intenzionalità e la responsabilità dell’agire umano, nonché sulla centralità delle emozioni e della qualità della relazione terapeutica, l’approccio dell’ASPIC si è andato sviluppando in una visione pluralistica capace di integrare fra loro i contributi dei diversi orientamenti teorici per come essi si sono evoluti negli ultimi decenni anche grazie a studi empirici che ne hanno comprovato la validità scientifica.

Coerentemente con queste premesse la mia metodologia si fonda sulla costruzione di una relazione empatica basata sulla fiducia, la quale favorisca una comprensione profonda nel mondo interiore della persona che si rivolge a me. L’instaurazione di una relazione terapeutica solida e fluida, così come la valutazione dello stile di personalità e della storia del cliente, sono le premesse per la pianificazione di un percorso terapeutico personalizzato in cui i principi teorici e le tecniche vengono messe al servizio del benessere e del cambiamento verso gli obiettivi scelti dal cliente e concertati con il terapeuta.

Anche se molto spesso le difficoltà quotidiane hanno reso il percorso tutt’altro che lineare, posso dire che, negli ormai dieci anni di attività di consulenza psicologica e terapia, ho avuto modo di conoscere tante persone che con fatica emotiva, impegno e dedizione hanno trovato il coraggio di diventare consapevoli della loro condizione esistenziale e di sperimentare nuovi modi di stare al mondo, concedendosi così la chance di vivere una vita più felice e fedele ai propri desideri ed obiettivi di vita.

La bellezza del lavoro che svolgo sta proprio nel poter condividere una parte così intensa del percorso di vita di ogni persona.

Chi volesse conoscermi più approfonditamente e interagire con me può visitare i miei account LinkedIn, Facebook e Twitter