Fase 2. Torniamo ai passatempi o ricerchiamo intimità in sicurezza?

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“Alla ricerca del tempo perduto” 2014
Matita su Carta di Roberta Maola

Siamo entrati nell’agognata e temuta Fase 2. Ovvio che la ripartenza delle attività produttive e sociali è fondamentale per evitare il crollo del sistema economico e il collasso psicologico e sociale. Tuttavia, deve essere ben chiaro a tutti che una nuova ondata di contagi avrebbe ripercussioni drammatiche innanzitutto a livello sanitario e in secondo luogo per le conseguenze di un nuovo prolungato lockdown.

Cosa fare dunque? Gli elementi individuati da chi dall’alto sta gestendo l’emergenza

(Governo, Protezione Civile, ISS, ecc.) sono: Dispositivi di Protezione Individuale, App Immuni, tamponi e test sierologici. Ok. Posto che il Governo riesca a dotarci di questi strumenti in tempo utile, le domande fondamentali sono due: questi strumenti sono davvero efficaci? E soprattutto: ognuno di noi avrà la volontà e la capacità di usarli al meglio?

E forse è questa la domanda che ci dovremmo porre tutti più seriamente e che ci riguarda più da vicino, in un’ottica che vede la nostra libertà come direttamente proporzionale al nostro senso di responsabilità. Perché al di là dei dubbi sull’efficacia dell’App Immuni e dei test sierologici, della disponibilità di mascherine in numero sufficiente o di accesso tempestivo ai tamponi, il più grande errore che le istituzioni e le persone possono fare è quello di pensare che la gestione dell’emergenza sanitaria sia un processo che possa passare sopra la testa di ogni singolo individuo, che possa, cioè, essere gestito solo tramite algoritmi, obblighi e ammortizzatori sociali, prescindendo dal contributo soggettivo di ognuno.

Nei prossimi mesi ci attende la sfida di riuscire ad integrare nella vita quotidiana, in maniera perdurante e costante, tutte le prassi di prevenzione del contagio. Anche in Fase 2 gli spostamenti e gli incontri con le altre persone dovranno continuare ad essere ridotti a quelli veramente importanti e dovranno essere condotti con la massima attenzione nell’usare i dispositivi di protezione individuale, nell’applicare le norme igieniche e nel rispettare il distanziamento. Per quanto odiose queste prassi possano essere, sono l’unico modo per evitare il perpetuarsi dei contagi visto che questo virus ha la subdola caratteristica di farsi ospitare senza produrre sintomi (o producendone aspecifici) nella stragrande maggioranza di casi.

Ognuno dovrebbe, pertanto, comportarsi come se fosse portatore di contagio e come se, anche il più stretto familiare, possa potenzialmente essere ospite del virus. Questa affermazione può sembrare esagerata. D’altro canto se si rispolverano e capitalizzano gli insegnamenti derivanti dalle campagne contro la diffusione dell’HIV, ci si rende conto come entrambi i virus debbano la loro “fortuna” a credenze erronee, come quella di pensare che colpiscono solo alcune categorie di persone, e a resistenze a mutare le abitudini nel modo di relazionarsi. Era il 1995 quando a noi studenti della Facoltà di Psicologia ci spiegavano come il preservativo fosse, a torto, considerato un elemento di separazione fra partner, mentre in realtà il suo utilizzo è un gesto d’amore che rinsalda il legame di coppia nell’assunzione di reciproca responsabilità per la salute dell’altro.

Oggi come allora siamo chiamati a frenare l’impulsività e a restituire intenzionalità alle nostre rel-azioni. Pensiamo che il distanziamento sociale ci ha privato del piacere di stare con gli altri, ma se vogliamo essere davvero onesti con noi stessi, il distanziamento sociale ci ha privato, il più delle volte, di “passatempi”, “rituali” e “giochi relazionali” ovvero di attività stereotipate, svuotate di significato e sentimento che spesso ci lasciavano insoddisfatti, se non addirittura ci facevano stare male.

Al contrario, la ricerca dell’intimità può avvenire anche senza contatto fisico e persino senza parole. Avviene quando ciò che diciamo è sincero, sentito e muove emozioni positive. Intimità è divertimento, incoraggiamento, vicinanza nell’ascolto. Quante volte riempiamo di parole i silenzi?  Eppure essi sono lo spazio psicologico di cui l’altro necessita per maturare pensieri ed emozioni, il tempo che diamo a noi stessi per osservarne il viso, la gestualità, la postura.

Ricercare l’intimità ai tempi del coronavirus significa cogliere il sorriso negli occhi laddove la bocca è coperta dalla mascherina, percepire la forza e il movimento di una stretta di mani coperte dai guanti. Significa, in ultima analisi, valorizzare ciò che nella quarantena rimane, piuttosto che rimpiangere ciò che si è perso.

Il mio libro: “Divers-abilità: invenzioni per rendersi felici”. Empatia, autodeterminazione e resilienza.

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Si può essere felici pur avendo una disabilità? Quali sono gli ingredienti necessari per raggiungere una buona qualità della vita? Queste le domande a cui fondamentalmente risponde questo libro che esplora il complesso intreccio tra fattori biologici, psicologici e socio-culturali che determinano il benessere psicologico e l’auto-realizzazione. Obiettivo? Fornire spunti, a professionisti e non addetti ai lavori, per identificare le diverse prospettive e pianificare interventi che affrontino le problematiche a diversi livelli, valorizzando sempre l’unicità e il ruolo soggettivo della persona con disabilità, regista essa stessa dei supporti per l’inclusione sociale, piuttosto che oggetto passivo di atteggiamenti pregiudizievoli e assistenzialisti.

In copertina: “Le chiavi di casa” di Roberta Maola.

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Video delle presentazioni, recensioni e commenti

Recensione su Superabile INAIL –  n. 2 febbraio 2019 di A. P. 

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Video presentazione del 6 marzo 2019 presso l’Ordine degli Psicologi del Lazio

Video presentazione del 6 febbraio 2019 presso la Biblioteca Tullio De Mauro


“Una visione diversa della disabilità: questo libro analizza psicologicamente le diverse criticità legate alla condizioni della disabilità con realismo e concretezza offrendo al contempo degli spunti di riflessione che permettono di trovare degli agganci di “resilienza”.
Consigliato sia a chi vive e/o conosce la situazione di disabilità che a chi è semplicemente incuriosito da una visione realistica e concreta.”

“Un libro necessario, consigliato a chiunque viva, lavori o semplicemente voglia approcciarsi alla realtà della disabilità motorio-sensoriale. Testo completo e rigoroso, ma nel contempo scorrevole, appassionante e toccante.
Mi resta la sensazione di un annullamento delle distanze, perché sia che siamo persone normodotate o con disabilità, vogliamo infine le medesime cose: autodeterminazione, rispetto, relazioni significative e gratificanti.
Bellissimo testo.” E. M.

Sclerosi Multipla pediatrica: la vita continua… anche in sedia a rotelle.

Tipicamente l’età d’esordio della Sclerosi multipla viene individuata tra i 15 e i 60 anni. Le recenti evidenze cliniche hanno portato alla luce, purtroppo, anche l’esistenza della forma pediatrica della malattia individuando la possibilità di esordio anche tra i 5 e i 15 anni. Per sensibilizzare su questo argomento l’AISM ha realizzato un video che raccoglie e sintetizza le storie di vita di ragazzi colpiti nell’infanzia o nell’adolescenza dalla patologia.

Nel video emergono questioni che si prestano ad una comprensione intuitiva, come lo shock e i sentimenti di rabbia  e disperazione che colpiscono questi giovani pazienti. Esso però ha portato alla luce anche aspetti a cui si riserva minore attenzione e che, soprattutto trattandosi di ragazzi e ragazze, hanno tuttavia un ruolo determinante nell’incrementare il livello di sofferenza e possono inficiare la compliance al trattamento.

Un fattore è sicuramente la risposta dell’ambiente familiare: è importante che i genitori  affrontino la malattia nella convinzione che nonostante essa, il/la figlio/a possa realizzare un presente e un futuro ricco di soddisfazioni personali in tutti gli ambiti della vita. Per far ciò è importante farsi sostenere psicologicamente per elaborare l’inevitabile sofferenza e adattarsi alle nuove situazioni che si susseguiranno nel decorso della malattia.

Una malattia pervasiva ed invasiva come la SM determina uno stravolgimento nell’area corporea e delle relazioni, fino a costringere chi ne è affetto a continue ridefinizioni della propria identità. E’ normale quindi attendersi che al momento della diagnosi e ad ogni ricaduta o peggioramento possano emergere sentimenti di disperazione e vissuti che “il mondo sia crollato” o che “ci si senta da buttare”. Ma se questi giovani lottatori sono in grado di superare ogni volta questi sentimenti è fondamentale che lo faccia anche chi sta loro vicino. Non si tratta di dissimulare la tristezza o la sofferenza, quanto di elaborarla al fine di costruire relazioni autentiche in cui entrano in gioco sia le difficoltà della malattia sia le risorse del paziente e che siano caratterizzate da tutte le emozioni connesse alla reale situazione del paziente e non a spettri evocati dall’anticipazione del decorso della malattia.

Per far in modo che i pazienti, mentre si impegnano nelle cure, continuino le loro attività di studio e di socializzazione, è importante fronteggiare i pregiudizi veicolati da chi non vive la realtà della malattia. Essi possono essere combattuti ad un livello macro-sociale, con campagne di sensibilizzazione, ma anche a livello individuale. I pazienti devono essere preparati a gestire le emozioni che sperimentano di fronte a comportamenti di rifiuto o  pregiudizio. Queste risposte dell’ambiente sociale non sono dettate da cattiveria o malafede. Per questo motivo è possibile smentire false credenze fornendo informazioni, ma anche consentire alle persone di superare le proprie paure semplicemente cimentandosi nelle attività quotidiane come tutti e mostrandosi per quello che si è, nelle difficoltà così come nella propria normalità. Al contrario, eccessive risposte emotive e il conseguente ritiro dalle attività di socializzazione non fanno che alimentare il dolore e la reattività emotiva, con il rischio che si vada a instaurare una vera e propria fobia sociale. In questo processo, è di fondamentale importanza il gruppo dei pari (altri pazienti con SM della stessa fascia di età), ma esso deve fungere come una base sicura per i momenti in cui si sente il bisogno di essere consolati e compresi, non deve diventare l’orizzonte ultimo di tutti gli scambi di socializzazione. L’identificazione immediata funge da fattore di rinforzo molto potente, per questo bisogna stimolare l’apertura all’esterno e il superamento della zona di comfort.

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Infine, bisogna considerare che nella nostra cultura l’handicap è un tabù e ogni persona, ancorché disabile, può essere portatrice di pregiudizi. Essi hanno un peso fortissimo nell’economia intrapsichica di chi è al contempo portatore e destinatario di pensieri negativi e svalutanti. Per questo motivo è necessario condurre una battaglia culturale anche sul “fronte interno”: la sedia a rotelle deve cessare di essere un tabù, il simbolo dell’ultima spiaggia da evitare a tutti i costi. Essa è semplicemente un ausilio, un mezzo che all’occorrenza può aiutare a continuare a vivere preservando livelli più o meno ampi di autonomia.

In ultima analisi la resilienza, cioè la capacità di fronteggiare le avversità, è fatta sì di grande forza di volontà e impegno, ma anche della capacità di adattarsi creativamente alle situazioni, tenendo in conto la possibilità di assumere stili di vita differenti. Chiudersi all’interno di un unico modello normativo riduce i gradi di libertà della persona e il suo livello di empowerment perché tante opzioni vengono neglette.

Riferimenti: https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/malattie-neurologiche/disturbi-demielinizzanti/sclerosi-multipla

Negli stereotipi di genere l’origine della violenza?

46766012_1907153352914173_4937881861071306752_nDiversi studi condotti nelle ultime due decadi rilevano come a parte rare eccezioni, l’abuso sessuale sia perpetrato esclusivamente da persone di genere maschile (Berliner e Elliot, 1996; Klimartin, 1994). Inoltre, un rapporto del FBI del 1992, spiega come gli atti di violenza siano lo strumento privilegiato della dominazione maschile sul genere femminile.

Alcuni, a partire da questa incidenza nettamente superiore di atti di abuso da parte degli uomini, hanno ipotizzato un’influenza diretta delle caratteristiche biologiche di quest’ultimi, teorizzando un rapporto di causa ed effetto tra caratteristiche biologiche e comportamento violento (Barash, 1979).

Altri invece, nel più recente passato, hanno sottolineato il ruolo dell’ambiente e della socializzazione, nel determinare il comportamento violento delle persone, pur riconoscendo l’influenza del genoma  (Fausto-Sterling, 1985).

D’altra parte, l’affinarsi delle metodologie di ricerca in neurofisiologia e in neuroanatomia hanno evidenziato l’influenza dell’ambiente sui processi neurofisiologici e sulla stessa struttura neuroanatomica (McEwan e Mendelson, 1993). Tutto ciò rimanda ad un superamento dell’atavica scissione tra mente e corpo, tra genoma e ambiente.

Ogni forma di abuso sessuale ha una sua tipica spiegazione, così come ogni singolo molestatore ha una sua personale motivazione. D’altra parte la netta prevalenza di maschi molestatori rispetto alle poche donne ree di commettere abusi su minori, non può essere ignorata: è necessario rintracciare un denominatore comune, una caratteristica diffusa più fra gli uomini che fra le donne che sia correlata con gli atti di abuso e prevaricazione in generale (Lisak, 1994).

Questo denominatore comune potrebbe essere, a giudicare dagli esiti di diverse ricerche, una particolare configurazione dell’identità di genere che alcuni uomini si costruirebbero sotto l’influenza dell’educazione familiare, in età infantile, e all’interno del processo di socializzazione, in età pre-adolescente e adolescente. Tale configurazione consisterebbe in:

  • Una concezione stereotipata dei ruoli sessuali;
  • Un particolare atteggiamento verso le donne;
  • Ostilità verso le donne;
  • Credenze ipermascoline.

Queste caratteristiche fornirebbero una vera e propria sottostruttura motivazionale, per la violenza e l’abuso non solo verso le donne, ma anche verso i bambini (Lisak, 1994). La più rigorosa dimostrazione di questa ipotesi è stata proposta da Malamuth e collaboratori (Malamuth et al. 1991). Essi hanno dimostrato una netta correlazione fra la succitata sottostruttura motivazionale, sia con la partecipazione a gruppi delinquenziali, fortemente caratterizzati da una cultura ipermascolina (Malamuth et al., 1991), sia con l’uso della coercizione in ambito sessuale e non.

C’è dell’altro. Non è solo la concezione dei rapporti tra i sessi o la concezione della donna a determinare il comportamento abusante. David Lisak (Lisak, 1994) ritiene che elemento cruciale sia il percorso attraverso il quale, il bambino prima e il ragazzo successivamente socializza le emozioni.

Ci sono molte forme per incarnare la mascolinità, almeno una per ogni sotto cultura esistente all’interno di uno specifico ambito culturale (Brod, 1994; Gilmore, 1990). Il sesso biologico ci dice poco e niente riguardo al particolare modo che avrà il soggetto di vivere il suo genere, che sarà influenzato dalle scelte personali, dalle vicissitudini psicodinamiche, dalle influenze culturali ed economiche della cornice storico-geografica nella quale nasce (Kimmel, 1996).

Eppure è possibile riscontrare alcune caratteristiche comuni della mascolinità. Una di queste è la precarietà. Non solo la mascolinità è un’entità culturale che va costruita, ma è difficile affermarla e sostenerla. Non è un caso che come molti autori abbiano evidenziato che nelle diverse culture ci sono riti di passaggio dal ruolo di bambino a quello di essere mascolino (Gilmore, 1990; Webster, 1908). Ciò dimostrerebbe l’intrinseca precarietà di una caratteristica tutta culturale e tutt’altro che biologica. Nella cultura occidentale uno dei riti di passaggio è l’adempimento degli obblighi di leva (in Italia lo era fino a qualche tempo fa) in cui le matricole vengono spesso sottoposte a training di resistenza alla fatica e alla paura, nei quali la manifestazione di ansia e debolezza vengono sistematicamente stigmatizzata e repressa.

In uno studio condotto attraverso un’intervista non strutturata, autobiografica, ogni soggetto intervistato riportava uno o più momenti di vita in cui era stato umiliato per aver espresso emozioni ritenute dagli adulti del suo contesto familiare o dal gruppo dei pari, incompatibili con il suo essere maschio (Lisak, 1994). Quindi, sembrerebbe che la capacità di controllare le proprie emozioni sia cruciale per affermare la propria mascolinità (Levant, 1995). Diversi studi evidenziano che:

  • I maschi, rispetto alle femmine, ricevono molti meno indizi e rinforzi per imparare dalle loro emozioni, da genitori, badanti e insegnanti;
  • I maschi subiscono spesso umilianti punizioni per aver espresso le loro emozioni (Lisak, 1994).

L’esito di questa particolare educazione socio affettiva è il seguente:

  • Gli uomini esperiscono le loro emozioni meno intensamente;
  • I maschi sono meno capaci, rispetto alle donne di esprimere e identificare le emozioni;
  • I maschi sono meno empatici.

 

La mascolinizzazione e la sessualità.

Anche se la sessualità è una dimensione strettamente collegata alla nostra corporeità è ben lontana dall’essere un fatto solo biologico. Tanto meno è un fatto monolitico, al contrario assume tantissime forme. Implica sia aspetti intrapersonali che interpersonali; si manifesta con atti fisici e allo stesso tempo evoca emozioni intense;può essere la più edificante delle esperienze di relazione interpersonale oppure un evento penoso e doloroso.

Anche se la sessualità è necessaria alla sopravvivenza della specie, essa è intrinsecamente e culturalmente legata al genere.

Così, se precedentemente abbiamo illustrato che l’educazione socio-affettiva e socioemotiva dei maschi non consente l’espressione di intense emozioni, va da sé che negli uomini, sia compromessa anche la capacità di abbandonarsi alle emozioni intense evocate da un rapporto sessuale. In particolare, secondo Lisak, sarebbe compromessa la capacità di perdere il controllo di abbandonarsi alla normale confluenza che implica un rapporto sessuale. Secondo l’autore, le intense emozioni evocate dall’incontro sessuale, elicitano il ricordo delle esperienze coercitive e penose connesse alla manifestazione delle emozioni in età evolutiva.

Al fine di non rivivere queste penose esperienze e le emozioni correlate,  molti uomini tendono ad approcciare la sessualità in modo disconnesso dalle emozioni. Ma il rapporto sessuale è un’esperienza estremamente intima che implica la fusione dei confini psicologici e l’effettiva penetrazione dei confini fisici, corporei. Per tale motivo se il rapporto sessuale viene vissuto senza coinvolgimento emotivo da parte di uno dei due partner, può trasformarsi in un’esperienza spiacevole o addirittura dolorosa (Lisak, 1994). Quando l’incontro sessuale, non è mutuamente condiviso emotivamente, rischia di trasformarsi in una manipolazione, in una coercizione o in una vera e propria prevaricazione fisica. Un uomo, quanto più è distaccato emotivamente tanto più è probabile che si verifichi una qualche forma di abuso o sfruttamento sessuale.

C’è di più, in considerazione del fatto che le esperienze coercitive subite in concomitanza con l’espressione di emozioni incompatibili con una rigida concezione della mascolinità sono associate a rabbia per la punizione e l’umiliazione subita, le emozioni sperimentate in ambito sessuale vengono trasformate in rabbia e aggressività, che possono scaturire in abuso e violenza sessuale. Quest’ipotesi è corroborata da diverse evidenze empiriche (Moscher e Tomkins, 1988).

D’altra parte molti studi dimostrano come esiste una correlazione negativa tra empatia e aggressività: tanto più è presente la prima più è improbabile l’altra e viceversa (Miller e Eisenberg, 1988). L’empatia consiste nella capacità di assumere cognitivamente la prospettiva dell’altro e nel sentire dentro di sé emozioni inerenti le vicissitudini di chi abbiamo di fronte. Tali emozioni possono essere sia positive che negative: possiamo provare sia simpatia che “personal distress”, come lo definiscono gli autori: quindi di fronte ad una persona che sta male possiamo provare sia compassione e tenerezza, sia allarme e reazioni di difesa (Batson, Fultz, e Schoenrade, 1987). Evidenze empiriche dimostrano che un tale stato di identificazione conduce a condotte diverse e opposte, tutte comunque mirate all’eliminazione della fonte dello stato spiacevole dovuto all’osservazione della sofferenza altrui: dall’aiuto, all’evitamento, all’uso della forza per reprimere la manifestazione della sofferenza (Eisenberg, Fabes, Schaller, Carlo, Miller, 1991a).

In sintesi, l’educazione mascolinizzante biasima e stigmatizza l’espressione di emozioni. Il bambino vive ripetutamente, o anche in una sola traumatica esperienza, emozioni di umiliazione, vergogna, rabbia ogni volta che manifesta emozioni di paura, tenerezza, compassione, ecc. In età adulta ogni volta che le relazioni interpersonali evocano queste emozioni, vengono colti da una forte ansia perché si riaffaccia il ricordo delle umiliazioni subite in età infantile; per diminuire questo stato di angoscia trasformano l’ansia in rabbia che di per sé  diminuisce l’ansia e che spesso si esprime in condotte lesive della fonte delle emozioni che hanno innestato il processo (Mosher, e Tomkins, 1988). Probabilmente questo processo è responsabile di molti comportamenti antisociali messi in atto in età infantile e adulta, da soggetti abusati (Klimes, Dougan e Kistener, 11990; Main e George, 1985). Un altro studio (Gold et al., 1992) ha evidenziato che esiste una correlazione positiva tra personalità ipermascolina e la tendenza a dare risposte rabbiose quando il bambino piange perchè ha bisogno di qualcosa.

Infine, altri due studi dimostrano che:

  • Il comportamento abusante sembra essere provocato dal pianto del bambino (Zeskind e Shingler, 1991);
  • gli abusanti hanno una reazione fisiologica più forte (aumento del battito cardiaco) quando un bambino o una bambina piangono e si lamentano (Frodi e Lomb, 1980).

L’empatia sembra essere correlata positivamente con la capacità delle persone di regolare ed esprimere il proprio malessere (Lenrow, 1965) e a sua volta questa capacità è correlata positivamente con la capacità della madre di rispondere adeguatamente al malessere del bambino (Bryant, 1987).

Abuso infantile e socializzazione  dell’identità maschile.

Diverse ricerche hanno evidenziato che se da una parte è vero che la maggior parte degli uomini abusati in età infantile non compie abusi in età adulta, dall’altra è altrettanto vero che la stragrande maggioranza degli uomini che compiono abusi, e in particolare abusi sessuali, hanno subito molestie e violenze in età infantile.

Secondo Lisak (Lisak, 1994) quello che porta gli uomini a diventare abusanti è il seguente: essi vengono cresciuti nel paradosso di dover subire maltrattamenti e provare emozioni intense e negative (paura, dolore, vulnerabilità, ecc.) e, allo stesso tempo, in nome di un’educazione mascolinizzante, essere obbligati a non esprimere queste emozioni, pena altre violenze e abusi. In età adulta questi uomini si sentono alienati, marchiati e ogni rapporto interpersonale genera sofferenza (Lisak, 1994). Esistono due modi sostanzialmente di uscire da  questo paradosso:

  • Rivedere la propria rigida concezione della mascolinità e così, permettersi l’espressione di tutte quelle emozioni non consone per un uomo; questa è la strategia scelta dagli uomini che hanno subito gli abusi, ma che non sono diventati molestatori a loro volta;
  • Abbracciare in toto una concezione ipermascolina dell’essere uomini e reprimere tutte le emozioni trasformandole in rabbia, aggressività, violenza; questa è la scelta di chi diventerà a sua volta molestatore.

Chi sceglie di non perpetrare gli abusi a sua volta pagherà il prezzo di sviluppare la Sindrome da Stress Post-Traumatico (Lisak, Miller e Conklin, 1996). L’acting-out è la via di sfogo, alternativa ai sintomi, della sofferenza provocata dagli abusi.

Hunter e Kilstrom (Hunter e Kilstrom, 1979) hanno rilevato una correlazione positiva tra alessitimia e tendenza a maltrattare i figli. Un altro studio, condotto su bambini abusati e sfruttati nell’industria pornografica, ha evidenziato che quelli che avevano adottato una scelta di non affrontare i ricordi degli abusi:

  • Minimizzavano l’accaduto;
  • Tendevano ad atti antisociali;
  • Mostravano una sorta di identificazione con l’ambiente.

Altri autori hanno concluso che i ragazzi abusati  inseriti nel programma di  trattamento, non potendo sostenere la paura, inconsciamente la inducevano negli altri al fine di vederla “rappresentata” in un contenitore altro da loro senza doverla esperire direttamente.

In conclusione, permettere un’espressione, della paura e delle altre emozioni, consente di diminuire lo stato di stress e la tendenza alla conversione in rabbia, riducendo il rischio che il soggetto abusato diventi a sua volta un molestatore.

 

Assistenza sessuale in pillole e altre opinioni

the sessionsCHIARIMENTI SULL’ASSISTENZA SESSUALE IN PILLOLE… AL DI LÀ DI RETORICA E MISTIFICAZIONI.

1. L’assistente sessuale è una figura professionale che agisce sul corpo di una persona con disabilità allo scopo di indurre piacere sessuale.
2. Non esistono limitazioni agli atti sessuali consentiti: penetrazione compresa.
3. L’assistenza sessuale è proposta per persone con qualsiasi tipo di disabilità.
4. Nei disegni di legge:
a. si motiva l’istituzione della figura dell’assistente sessuale postulando che per i disabili è impossibile viversi la sessualità.
b. Non sono previsti fondi pubblici per il pagamento delle prestazioni.
c. Si delega alle Regioni stabilire le modalità di accreditamento senza stabilire né monte ore né contenuti di eventuali corsi di formazione.
d. Si delega ad associazioni la redazione di un codice etico e non si stabilisce a chi spetta il controllo sul suo rispetto;
5. Allo stato attuale non esiste una legge approvata che istituisca la figura dell’assistente sessuale.
6. Formare assistenti sessuali potrebbe integrare il reato di sfruttamento della prostituzione.
7. Non esistono leggi che negano il diritto alla sessualità delle persone con disabilità. Il diritto al benessere sessuale è sancito dalla Convenzione ONU ratificata anche dallo Stato Italiano.
8. La sessualità per le persone con disabilità non è impossibile: ci sono tanti che hanno rapporti sessuali.
9. L’assistenza sessuale NON è l’unica modalità di soddisfazione sessuale per le persone con disabilità.
10. Parlare di sessualità delle persone con disabilità NON equivale a parlare solo di assistenza sessuale.
11. NON è vero che l’assistenza sessuale contrasta i pregiudizi di indesiderabilità delle persone disabili, al contrario li rinforza.
12. La maggior parte delle pubblicazioni sull’assistenza sessuale sono acritiche e senza contraddittorio.
13. Si fa un abuso di termini quali “amore” e “Lovegiver”, ma le prestazioni sono rese dietro compenso: ciò determina una grande confusione soprattutto in chi ha deficit 

Una testimonianza:

“mi chiedo se si può evitare questo scempio…. sono disabile e non mi va assolutamente che qualcuno “decida” della mia sessualità, trovo che venga lesa la dignità di tutte quelle persone che hanno fatto del proprio handicap un punto di forza e di orgoglio, quel “nonostante tutto” che ci rende persone e non fardelli da sistemare, attraverso norme e leggi, in un serraglio burocratico travestito da sensibilità e buonismo del cazzo, io non ci sto a questo tipo di manipolazione, sin da piccola ho messo in moto il mio cervello affinchè gli altri, i “normali”, mi conoscessero nella mia essenza senza pregiudizi e tabù accettando anche la possibilità che non a tutti sarei potuta piacere nella mia interezza, mi sono fatta strada con le mie sole forze salvaguardando in primo luogo la mia dignità e adesso dovrei accettare che mi si consideri una che deve pagare per fare sesso? si perchè checchè se ne dica il messaggio che passa è che un disabile, in generale, ha bisogno di pagare per avere un pò di amore….” Annamaria Giulia Vernacchia.

Articolo pubblicato in risposta a quello di Fulvio Mazza “Disabilità e sesso, un tabù da affrontare” pubblicato sull’Huffington Post

Ormai parlare di sessualità e disabilità equivale solo a parlare di ASSISTENZA SESSUALE. E la grancassa mediatica è tambureggiante, se ne parla ovunque, ma oserei dire anche a sproposito. In questo articolo della testata HUFFINGTON POST, scritto da uno studente disabile, si sostiene l’opportunità del ricorso ad assistenti sessuali in maniera massiva, categorica, sia per disabili fisici che per disabili intellettivi, i quali entrambi e senza distinzione, avrebbero impulsi sessuali, ma a causa dei loro problemi non sarebbero in grado di gestirli.

Mi sembra di essere tornato a 20 anni fa quando si diceva che i disabili hanno impulsi sessuali, MA NON LI SANNO GESTIRE, e quindi bisogna reprimerli. L’atteggiamento verso i disabili (ahimé verso noi stessi) non è cambiato, è cambiata solo la soluzione: una volta si censurava, rimuoveva, reprimeva, oggi si VORREBBE (perché poi sarà tutta da vedere con questi chiari di luna) fornire una valvola di sfogo, un ambito particolare dove sviluppare la propria identità sessuale.

Ma qualcuno si è chiesto che genere di identità sessuale svilupperà una persona avendo rapporti solo con persone che si prestano per professione? Prendete un adolescente qualsiasi, non disabile, e ditegli: “guarda, te non ci pensare proprio alla compagna di banco, non te la darà mai! Adesso ti porto io da una signorina che ti farà scoprire la tua sessualità a pagamento”. Come crescerà questo ragazzo sotto il profilo psico-sessuale e dell’autostima? Come ciò si riverbererà sul rapporto con i coetanei e sul suo livello di inclusione sociale?

n-sesso-disabili-large570Nel trattare questi argomenti bisognerebbe anche essere un po’ meno ipocriti cominciando anche con il selezionare immagini più attinenti: in un articolo sulla disabilità e la sessualità si mette l’immagine di un uomo ed una donna perfetti fisicamente, quando si sa che i corpi delle persone disabili hanno dei difetti fisici. E qui si tradisce la concezione di chi pensa che gli atti sessuali tra persone che non rientrano nella norma dovrebbe essere nascosta, non mostrata e neanche immaginata.

L’ASSISTENZA SESSUALE è diventata una categoria mentale che ci tranquillizza, ci calma la coscienza e ci dà l’opportunità di non pensare a queste domande:

1. che succede se un uomo/donna disabile si innamora di me (non disabile)? che cosa proverei di fronte al suo corpo nudo?

2. e viceversa, che succede se io uomo/donna disabile mi innamoro di un uomo/una donna non disabile? che cosa proverà di fronte al suo corpo nudo?

3. Che succede se, come nel film “Indovina chi viene a cena?”, mio/a figlio/a porta a casa un ragazzo/a disabile?

4. che succede se mia figlia disabile rimane in cinta?

5. che succede se due persone disabili vogliono stare insieme? e se vogliono avere dei figli?

6. che succede se mio figlio/figlia disabile non trova nessuno?

7. sono davvero certo che la persona disabile che ho davanti non ha chance di far innamorare di sé qualcuno?

8. è l’amara realtà o un mio pregiudizio?

9. quante cose si possono fare sotto il profilo sociale, architettonico, culturale e psicologico per rendere sempre più persone disabili vicino alla possibilità di avere relazioni sentimentali e sessuali?

10. quanto tutti questi pregiudizi e tabù verrebbero rinforzati dall’assistenza sessuale?

Con il vostro permesso io vorrei continuare a pormi queste domande almeno fino a che la grancassa mediatica sull’ASSISTENZA SESSUALE non avrà spazzato via ogni possibilità di dibattito.

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http://www.superando.it/2015/05/22/assistenti-sessuali-arretramenti-culturali-e-stigma-sociale/

http://www.in-psicoterapia.com/?p=7418

 

Workshop: “Pensavo fosse amore e invece era…?”

copertina De Risio AngeliQuando? Lunedì 15 gennaio dalle 10,00 alle 13,00

In cosa consiste? Presentazione del libro “Sesso e disabilità: un’attrazione segreta” di Alfredo De Risio e Stefania Angeli (psicologi – psicoterapeuti) e dibattito a seguire.

Quali argomenti?

  • Devotismo e attrazione feticistica verso la disabilità;
  • Le diverse declinazioni del devotismo;
  • Devotismo: devianza sessuale o perversione?
  • Devotismo sofferenza e abuso;
  • Esiste il vero amore per le persone con disabilità? Come distinguere un’attrazione genuina dalla perversione.

Destinatari: il laboratorio è rivolto a tutti coloro che sono interessati all’argomento per motivi personali o professionali.

Costi:

  • 20 euro per iscrizione singola;
  • 15 euro a testa doppia iscrizione;
  • 10 euro a testa per gruppi di tre o più iscritti.

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA SCRIVENDO A info@bizzarrilelio.it O 3478468667. MAX 10 PARTECIPANTI.

Ubicazione: Romanina Roma (l’indirizzo preciso verrà fornito al momento della prenotazione)

2° Laboratorio: “Sessualità e disabilità intellettiva”

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Immagine tratta dal film “Gabrielle un amore fuori dal coro” 2014

Quando? Lunedì 23 ottobre dalle 13,30 alle 16,30

In cosa consiste? Illustrazione degli aspetti teorici, video, domande e risposte, attivazioni esperienziali per elaborare le emozioni.

Quali argomenti?

  • Sessualità e disabilità intellettiva: cosa ne pensano le persone? Risultati del questionario sessualità diversamente abile.
  • Come costruire una comunicazione efficace.
  • Delusione d’amore ed equilibrio psicologico.
  • Rischio abuso: come proteggersi?
  • Educazione sessuale nelle persone con disabilità intellettiva: quali metodologie?
  • Assistenza sessuale: indicazioni e contro indicazioni

Destinatari:

  • Persone con disabilità;
  • Familiari (genitori, fratelli, sorelle, ecc.);
  • Amministratori di sostegno;
  • Assistenti di base;
  • Educatori, psicologi, assistenti sociali, terapisti occupazionali, insegnanti di sostegno e di cattedra.

Costi:

  • 20 euro per iscrizione singola;
  • 15 euro a testa doppia iscrizione;
  • 10 euro a testa per gruppi di tre o più iscritti.

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA SCRIVENDO A info@bizzarrilelio.it O 3478468667. MAX 10 PARTECIPANTI. . 

Ubicazione: Romanina Roma (l’indirizzo preciso verrà fornito al momento della prenotazione)

Si rilascia attestato di partecipazione a chi ne farà richiesta al momento dell’iscrizione in regalo 2 e-book a chi porterà un supporto magnetico. 

 

 

 

Bélier: accettare la diversità è un atto d’amore che fa spiccare il volo.

Belier

Ho sempre pensato, guardando il panorama cinematografico, che fare un film sulla disabilità è estremamente difficile. Il cinema francese da qualche anno sta dimostrando di avere la giusta sensibilità per realizzare pellicole positive, ironiche e profonde. Dopo “Quasi amici – Intouchables” del 2011, la “Famiglia Bélier” si propone come un piccolo capolavoro di dissacrante ironia e raffinata conoscenza della realtà della disabilità e della vita.

Racconta la storia di un’adolescente, unica udente in una famiglia di non udenti (padre, madre e fratello), che affronta il suo percorso di autonomia sulla spinta dell’amore e della passione per il canto. Nella prospettiva rovesciata proposta dagli sceneggiatori, l’elemento di diversità non è l’handicap, ma il dono di una voce sublime: Paula, per affermare se stessa dovrà affrontare il conflitto di lealtà verso i propri familiari che non potranno mai apprezzare fino in fondo le sue doti.

Il risultato è una sintesi armoniosa, divertente ed emozionante in cui il tema centrale è arricchito da altre tematiche quali la sessualità, la genitorialità nella diversità, il ruolo di caregiver di una giovane figlia, l’approccio narcisistico alla disabilità che ripropone a parti rovesciate la logica del “Noi e voi” e della “superiorità/inferiorità”. E ancora, l’importanza dell’impegno che fa la differenza tra l’attualizzare il talento e il disperderlo in una mediocre sopravvivenza.

 

 

http://www.raiplay.it/video/2017/09/La-famiglia-Belier-87eafe50-857a-4be9-b3c3-911e2417bbff.html