SuperAbile Inail: “Prima o poi l’amore arriva”

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Ho il piacere di condividere una mia intervista sul tema “Amore, innamoramento e matrimonio” delle persone con disabilità pubblicata nel Magazine SuperAbile INAIL. L’intervista è parte, insieme ad altri contributi, dell’inchiesta “Prima o poi l’amore arriva” (Pag. 8).

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Non ti puoi permettere il burn-out? Richiedi una consulenza!

PER RICHIEDERE UNA CONSULENZA DI PREVENZIONE CONTATTIAMI

Il burn-out è quella particolare condizione psicofisiologica determinata da un intenso e ripetuto stress correlato al lavoro. Esso è più frequente nelle professioni socio-sanitarie, ma è ormai stato riscontrato in varie categorie lavorative, più o meno usuranti, o anche in ambito studentesco e universitario.

Si manifesta con un peggioramento della qualità della vita sul posto di lavoro e un decremento delle prestazioni. Più nello specifico i suoi segni/sintomi sono:

  • La sensazione di non disporre di risorse psicofisiche sufficienti;
  • Il malessere fisico e psicologico;
  • La depressione;
  • L’irritabilità,
  • La sensazione di svuotamento emotivo;
  • L’intolleranza verso le richieste dei colleghi e/o dei superiori
  • Un atteggiamento di cinismo verso pazienti/utenti/clienti
  • Anche un certo livello di sospettosità.

Fin qui i riflessi psicologico-relazionali del burn-out. Esso, però, si compone anche di veri e propri disturbi fisici quali stanchezza, insonnia, emicrania, tensione muscolare ed intenso malessere, disturbi gastro-intestinali, aumento del consumo di cibo, di tabacco, medicinali e/o sostanze psicoattive (compreso l’alcol), nonché l’aumento di comportamenti rischiosi.

Da quanto fin qui esposto è evidente che il burn-out oltre a indurre malessere è correlato a costi in termini puramente economici:

  • La depressione, l’irritabilità, le difficoltà relazionali fra colleghi e l’atteggiamento scocciato e cinico determinano un decremento della produttività e reazioni a catena che generano malessere all’interno dell’organizzazione.
  • I sintomi fisici possono indurre ulteriore ansia, nonché ricorso a visite mediche, analisi e esami diagnostici (con aggravio della spesa sanitaria), assenteismo per malattia in caso di lavoratore dipendente, rischio di perdere il lavoro o comunque di ridurre il giro d’affari con conseguente riduzione del reddito.

E’ facile immaginare che in questo periodo di crisi, ancor più che nel passato, non ci si possono permettere queste complicazioni, anzi è necessario essere al meglio con se stessi e con gli altri per produrre di più e individuare nuove strategie creative per l’offerta di servizi o la vendita di beni.

La consulenza psicologica previene il burn-out e migliora il benessere sul posto di lavoro, intervenendo  con  un percorso di evoluzione personale che potenzi:

  • La predisposizione ad essere autentici, sinceri e trasparenti senza temere il giudizio altrui;
  • La capacità di accogliere le critiche, distinguendo fra quelle costruttive e quelle distruttive e manipolatorie e differenziando la risposta.
  • L’assertività per fare critiche costruttive.
  • La valorizzazione delle differenze e delle qualità altrui allo scopo di creare una rete organizzativa in cui le persone si completino piuttosto che competere (il tutto è più della somma delle parti).
  • La fiducia nel prossimo come risorsa e non come ostacolo.
  • La capacità di affrontare i problemi valutando difficoltà, risorse e possibili soluzioni piuttosto che lasciarsi prendere dall’ansia evitando e rimuovendo le problematiche.
  • L’efficienza dell’investimento di energie psicofisiche nel lavoro, attraverso una gestione pianificata dell’organizzazione e del tempo.
  • La capacità di valutare realisticamente le proprie possibilità (autoefficacia percepita). L’autoefficacia percepita sottostimata induce un vissuto di ansia ogniqualvolta ci viene richiesto di svolgere un nuovo compito, allo stesso tempo, una sovrastima delle capacità induce a prendersi un carico di mansioni più grande di quello che effettivamente si riesce a gestire.
  • L’equilibrio tra l’importanza rivestita dal lavoro e quella riservata al tempo libero, agli hobby, interessi e passioni, così come alle relazioni amicali e sentimentali.

Fin qui una serie di spunti sull’argomento, ognuno dei quali apre un universo di approfondimenti per crescere e stare meglio. Se leggendo questo testo hai riconosciuto dei vissuti o delle situazioni familiari CONTATTAMI per richiedere un colloquio di orientamento per valutare il rischio burn-out e  migliorare le relazioni sul posto di lavoro.

Maximiliano Ulivieri si scusi con gli psicologi

Screenshot-2015-12-31_10.15Devo dire che trovo che scrivere che gli psicologi hanno il terrore che la gente sia felice sia un’affermazione molto pesante e ingenerosa nei confronti della categoria. Scrivere “non tutti per fortuna” non ne mitiga l’effetto, al contrario è come se si dicesse che c’è qualche eccezione che conferma la regola. È fondamentalmente ingiusto visto che il mandato sociale degli psicologi è proprio quello di operare per la cura della psicopatologia e per consentire alle persone di migliorare la qualità della loro vita. Tutti perseguiamo questo intento con dedizione, sacrificio e professionalità, è ovvio che siamo umani e possiamo sbagliare eventualmente.

Non escludo che ci possano essere colleghi che vedono nel binomio sessualità e disabilità più una fonte di problematiche che di benessere psicologico e che ci sia molto da fare nella formazione rispetto a questo ambito. Così come riconosco che in passato io stesso ho scritto articoli di critica di alcune dichiarazioni pregiudizievoli nei confronti di persone disabili espresse da psicologi. La differenza sta nel fatto che dette affermazioni erano state rilasciate pubblicamente e in merito a questioni di pubblico dominio e quindi osservabili e valutabili direttamente, nonché sulle quali la psicologa in questione, interpellata direttamente, ebbe la possibilità di precisare ed argomentare. Inoltre, sottolineavo che le affermazioni erano state rilasciate con una modalità non conforme a quanto prescritto dal Codice Deontologico degli Psicologi Italiani: criticavo quindi l’operato del singolo non l’intrinseca natura di un’intera categoria che anzi valorizzavo.

In questo caso, invece, si usa una frase estrapolata dal contesto per denigrare la nostra professione senza che l’interessato sia neanche informato che il suo operato è sotto giudizio, visto che non si sa di chi si stia parlando. Peraltro pur sapendolo, non potrebbe neanche precisare ed ampliare ciò che ha detto alla madre di questa persona disabile né giustificare il suo operato in quanto tutto il rapporto tra lo psicologo e l’utenza è coperto da segreto professionale.

Capita non di rado che, quando gli psicologi effettuano una consulenza psicologica, i pazienti “trattengano” solo una parte del quadro più ampio e complesso che è stato prospettato loro e questa riferiscano al loro contesto sociale. Altre volte si ricerca nello psicologo una conferma, una giustificazione ad atteggiamenti e comportamenti ed effettivamente può capitare che il professionista cada nella trappola della collusione, soprattutto se il colloquio ha una forte pregnanza emotiva. Non per questo si può attaccare un’intera categoria professionale soprattutto perché nessuno sa se la frase: “non svegliare can che dorme” è stata effettivamente espressa dallo psicologo o è una parafrasi della signora, se è stata emessa laconicamente così come ci viene riportata o se è una metafora utilizzata per semplificare la comunicazione ed è solo una parte di un discorso più ampio ed articolato. Soprattutto non sappiamo nulla delle caratteristiche della persona con disabilità a cui si riferisce o delle difficoltà psico-sociali ed economiche della famiglia e quindi non possiamo sapere se la succitata frase è figlia di un pregiudizio o di una valutazione ponderata.

Infine vorrei fare una precisazione in merito al rapporto tra sessualità, assistenza sessuale e felicità. Sicuramente la soddisfazione sessuale è una componente fondamentale del nostro benessere psicologico, ma va detto che l’assistenza sessuale non corrisponde tout court alla soddisfazione sessuale, bensì è solo uno dei tanti modi con cui si è pensato di affrontare la questione sessuale in merito alle persone disabili.

Non aggiungo di più perché ho in passato ampiamente argomentato sulla questione dell’assistenza sessuale e chi vuole può andare a leggere i miei articoli https://bizzarrilelio.wordpress.com/2015/08/19/assistenti-sessuali-arretramenti-culturali-e-stigma-sociale/

Concludo solo dicendo che pur essendo psicologo e critico rispetto all’assistenza sessuale sono sicuro di non avere alcun problema con la felicità delle persone e chiedo a Maximiliano Ulivieri di scusarsi pubblicamente con la categoria degli psicologi e di astenersi per il futuro dal fare esternazioni di questo tipo. Auspico infine che i colleghi con i quali collabora non le avallino nel rispetto del principio della colleganza.

“Padri e figlie”. Trauma, lutto e psicopatologia raccontati con troppe incertezze.

padri e figlie“Padri e figlie”, il nuovo film di Gabriele Muccino in sala in questi giorni, è un tentativo lodevole, benché approssimativo dal punto di vista teorico, di raccontare le ragioni dell’esordio di una psicopatologia in una ragazza, Kate, che durante l’infanzia ha subito lutti e separazioni traumatiche dai propri genitori.

Troppe le inesattezze e le lacune in un racconto che ambiva a narrare il percorso di una diade padre figlia che, nonostante l’amore di entrambi e gli sforzi del primo, ha condotto la seconda a sviluppare un disturbo psicologico non adeguatamente descritto. Il senso di vuoto a cui Kate fa riferimento nell’unica seduta di psicoterapia rappresentata nel film, la difficoltà a comprendere le proprie emozioni (alessitimia) e l’incoercibilità di alcuni comportamenti di fuga dalle relazioni stabili e nella promiscuità sessuale come meccanismo di regolazione delle emozioni disforiche di fronte alla paura dell’abbandono, lascerebbero ipotizzare un Disturbo di Personalità Borderline il quale, però, non viene adeguatamente tratteggiato: la ragazza non presenta tutta un’altra serie di comportamenti tipici di questa sindrome, anzi viene descritta come capace di svolgere la professione psicoterapeutica.

Probabilmente la parte relativa al trattamento che Kate intraprende, in qualità di terapeuta, con una bambina affetta da Mutismo Selettivo, è l’aspetto più interessante e rappresentato con dovizia di particolari. La guarigione della bambina viene ottenuta attraverso una relazione terapeutica riparatrice la quale è basata su un contro-transfert pro-attivo di Kate che rivede se stessa bambina nella sua piccola paziente sulla base delle analogie tra le storie di vita. Si verifica una sorta di inversione di ruolo tra terapeuta e paziente: la prima ha bisogno che la seconda stia meglio per risolvere questioni sospese della sua storia tanto da ricercare un contatto fisico inizialmente non corrisposto. Il fatto che una relazione coinvolgente tra terapeuta e paziente e l’auto-svelamento possano determinare un successo terapeutico è piuttosto ricorrente nella pratica, il problema sorge nel momento in cui il contro-transfert non viene esplicitato (ad esempio con colloqui con la psicologa che svolge il ruolo di supervisore nei quali trattare gli aspetti personali inerenti il caso) e quindi reso un elemento intenzionalmente utilizzato a beneficio della paziente. Al contrario, nel film viene rappresentata una terapeuta che si lascia trasportare dall’impeto dei suoi bisogni emotivi ricercando inconsapevolmente la propria guarigione e determinando, incidentalmente, quella della paziente. Emblematica la scena nella quale la terapeuta vive con la bambina un momento simbolo della crescita, del quale entrambe erano state private a causa della prematura scomparsa delle rispettive madri, vivendo, in un meccanismo di pro-flessione (fare agli altri, ciò che si vorrebbe gli altri facessero a sé), un’esperienza a parti invertite (lei nel ruolo della madre) che la aiuterà a chiudere con il doloroso rimpianto di non averla mai potuta vivere realmente con sua madre.

Si corre il rischio  che lo spettatore arrivi alla conclusione che ciò che funziona da un punto di vista terapeutico, non è il sapere, saper fare e saper essere di una terapeuta che ha studiato teorie, acquisito tecniche e sviluppato capacità umane e relazionali attraverso la terapia su di sé e la supervisione, ma l’incontro casuale di due persone che hanno sofferto gli stessi traumi. Rischio amplificato dal fatto che in tutto il film viene messo in scena un unico colloquio inconcludente di Kate con la sua terapeuta.

Inoltre, onde evitare di ingenerare confusione nello spettatore circa i titoli professionali attribuiti alla protagonista, sarebbe stato auspicabile, nel doppiaggio italiano, utilizzare esclusivamente i termini “terapeuta”, “psicologa” o “psicoterapeuta”, considerando che nell’ordinamento italiano non è consentito, differentemente da quanto accade negli Stati Uniti, agli Assistenti Sociali svolgere attività terapeutica.

Infine, altra grande incongruenza è quella relativa al disturbo del padre di Kate. Nelle scene del film egli viene colto da convulsioni che lasciano pensare ad disturbo epilettico successivo a trauma cranico, mentre la diagnosi effettuata dallo psichiatra è di Psicosi Maniaco-Depressiva. Una diagnosi che non sta in piedi per varie ragioni:

  1. le convulsioni non sono un sintomo della psicosi maniaco-depressivo;
  2. non vengono evidenziate scene nelle quali il padre di Kate abbia allucinazioni e deliri di onnipotenza tipici della psicosi maniaco-depressiva;
  3. la psicosi maniaco-depressiva ha carattere endogeno (cioè dovuta ad uno squilibrio biochimico nel cervello), mentre l’umore depresso era verosimilmente reattivo alla perdita improvvisa della moglie.

In conclusione, lungi con questo articolo voler sancire il valore assoluto del film, voglio sottolineare l’importanza di curare aspetti teorico-tecnici fondamentali, nel momento in cui ci si appresta ad entrare nel merito della psicopatologia e dell’attività terapeutica. Ad ogni modo ogni volta che il Cinema si interessa della Psicologia è un fatto positivo che ci consente di parlare di un’attività sempre molto difficile da rappresentare.